Radon negli edifici

Radon negli edifici

Radon negli edifici

C’è un nemico invisibile, che si annida nelle nostre case e, più in generale, negli ambienti in cui viviamo. Lo inaliamo ogni giorno senza esserne consapevoli, dal momento che è inodore. Si tratta del radon, un gas capace di produrre elementi radioattivi e riconosciuto dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come fattore cancerogeno. Oggi ci occuperemo di radon negli edifici, cercando di sapere di più su come rilevarlo e come debellarlo in modo da limitarne l’impatto sulla nostra salute.

Cos’è il Radon e quali sono i rischi per la salute

Identificato in chimica con la sigla Rn, il radon è un gas nobile generato dal decadimento di altri elementi notoriamente radioattivi come il radio e l’uranio, naturalmente presente nella crosta terrestre. Responsabili dell’emanazione di radon sono principalmente le rocce di origine vulcanica, come il tufo e i graniti, e i terreni maggiormente permeabili. Laghi, fiumi e sorgenti di acqua naturale lo rilasciano di continuo in atmosfera, dove tende però a disperdersi. Diventa invece pericoloso negli ambienti chiusi, dove ristagna e rilascia altri elementi radioattivi, microparticelle che si attaccano all’apparato respiratorio e che sono in grado di danneggiare il nostro DNA. Per questo è importante parlare di radon negli edifici e di come limitarne l’impatto sulla nostra salute. L’OMS, già nel 1988, lo ha classificato nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’uomo. Uno studio del 2013 ha stimato, in Italia, una media di 3300 decessi per tumori polmonari dovuti al radon. Si tratta del 10% delle morti da tumore polmonare, con un’oscillazione che va dal 4% al 16%, a seconda delle aree territoriali. Le concentrazioni di radon variano molto, infatti, da regione e regione, con Campania e Lombardia che risultano tra quelle dove si registrano quantità maggiori.

Come si diffonde

Le sue caratteristiche fanno sì che il radon negli edifici sia diffuso soprattutto ai piani più bassi e nei seminterrati. Sono le rocce e il suolo a rilasciarlo, in quantità che dipendono da diverse variabili (tipo di roccia, grado di compattezza, pendenza del terreno). Attraverso crepe e fessurazioni di pareti o condutture, poi, penetra negli ambienti chiusi. Ecco perché i locali a diretto contatto col terreno sono maggiormente esposti. A favorirne la propagazione, la differenza di temperatura e di pressione tra interno ed esterno. Il gas tende a essere risucchiato verso l’ambiente più caldo e dove la pressione è più alta, motivo per cui la sua concentrazione negli ambienti chiusi è, in genere, maggiore soprattutto nelle stagioni più fredde. È come se gli edifici agissero da pompa che aspira ciò che il suolo rilascia. Se il terreno su cui sorge l’edificio è particolarmente ricco di radon, dunque, gli ambienti interni saranno maggiormente esposti ad alte concentrazioni.     

Come rilevarlo

La presenza di radon negli edifici in concentrazioni superiori alle soglie indicate a livello europeo è classificata ad alto rischio per la salute umana. Il problema viene però spesso sottovalutato, tanto che molti di noi non hanno mai sentito parlare di radon prima d’ora o non vi hanno prestato particolare attenzione. Un’azione importante sarebbe quella di effettuare delle misurazioni, per le quali la strada più indicata è quella di rivolgersi all’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) della propria regione o a ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico). I rilievi vengono effettuati, in genere, sul lungo periodo, dal momento che la concentrazione di radon è influenzata da tanti fattori variabili nel tempo. Come già accennato in precedenza, ad esempio, nella stagione più fredda, quando si crea una maggiore differenza di temperatura tra ambiente esterno e interno, è più facile riscontrarne alti valori negli ambienti chiusi.

Quali rimedi?

Una volta rilevata un’alta concentrazione di radon negli edifici, esistono varie soluzioni per porre rimedio. Innanzitutto, si può intervenire per riparare eventuali crepe o fessurazioni nelle pareti a contatto col terreno o con le condutture di passaggio dell’acqua, del gas o dell’energia elettrica, che sono elementi attraverso cui il radon si diffonde. Altro elemento utile è la ventilazione. Un’ambiente correttamente aerato ne favorisce la dispersione. Se quella naturale non è sufficiente, si può valutare l’installazione di un impianto di areazione. Esistono, inoltre, materiali impermeabili al radon, che possono essere impiegati per rivestire mura e pavimenti. Una sorta di isolamento, che ricorda quanto già descritto riguardo la coibentazione termica degli edifici.

A maggior ragione, invece, gli immobili di nuova edificazione possono essere protetti dalla diffusione di radon attraverso vari accorgimenti, come la costruzione, tra il terreno esterno e il seminterrato, di un vespaio ventilato, in modo da creare una sorta di barriera che impedisca al gas di diffondersi negli ambienti interni. Lo stesso tipo di intervento si può effettuare creando una rete di pozzetti alla base dell’edificio, opportunamente collegati in modo da raccogliere e deviare il radon verso l’esterno.

Sapere di avere un nemico invisibile, che costituisce una minaccia anche all’interno delle mura domestiche non è rassicurante. Ma, come abbiamo visto, disponiamo di strumenti per rilevare il livello di rischio. Così come esistono rimedi per ridurne l’impatto sulla nostra salute. Se il radon negli edifici rappresenta un problema concreto, da non sottovalutare, è altrettanto vero che abbiamo la possibilità e i mezzi per risolverlo e vivere più sereni.

Concentrazioni negli ambienti chiusi e limiti

Nel corso degli anni sono stati fatti diversi studi sulla concentrazione di radon negli edifici. Uno dei più recenti ha stimato una concentrazione media, in Italia, di 100 Bq (becquerel, l’unità che misura il decadimento al secondo dei radionuclidi) per metro cubo. Si consideri che, a livello europeo, è stato calcolato come il fattore di rischio cancerogeno aumenti del 16% per ogni 100 Bq/mc. In Italia è stata definita in 500 Bq/mc la soglia limite per gli ambienti di lavoro (Decreto Legislativo n.241 del 26 maggio 2000). Non c’è, invece, una norma per quanto riguarda le abitazioni. Si può allora fare riferimento ai valori limite fissati dalla comunità europea: 200 Bq/mc per le nuove abitazioni; 400 Bq/mc per quelle esistenti.

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